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Dal 31 Marzo 2017 al 17 Aprile 2017

Scuderie Granducali Seravezza

"Strike" di Lucio Trizzino

a cura di Niccolò Lucarelli

 

 

 

 

                                 

STRIKE

Testi di Niccolò Lucarelli

 

Lucio Trizzino nasce professionalmente come architetto restauratore di edifici monumentali, e ha lavorato, fra i vari incarichi, ai templi di Segesta e Agrigento, alla Cattedrale di Monreale, e in vari Parchi Archeologici italiani. Per molti anni ha usato la fotografia come mezzo professionale d’indagine e documentazione dell’architettura e del territorio storico, ma da un paio di decenni, questa seconda “professione” prediletta è divenuto un interesse esclusivo rivolto in modo preminente alla comprensione delle passioni umane.

Siciliano di stirpe antica, dalle poche parole e dallo sguardo indagatore, Trizzino racconta l’umanità attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, cui affida pensieri, dubbi, sensazioni, emozioni. Che puntualmente si riflettono sulla pellicola non come freddi dati d’esperienza, bensì alla stregua di brevi composizioni poetiche, sorta di raffinati haiku con i quali condividono i toni semplici, senza alcun titolo, che elimina lungaggini lessicali e immagini retoriche, affidandosi alla sintesi fra pensiero e immagine. Ne sono nati sette volumi fotografici, ognuno con la sua cifra: Luogo di luoghi comuni (2008), Refoli di fotografia futurista (2010), Sciopero (2011), Treno (2012), Ansietà (2013), Guangdong (2015), Musae (2016). Che costituiscono un grande affresco della realtà contemporanea, italiana e internazionale, umana e artistica.

STRIKE racchiude tre di questi volumi: Luogo di luoghi comuni, Sciopero, Ansietà, nei quali lo sguardo di Trizzino si propone di osservare il nostro tempo, illuminare i pensieri degli individui, scoprirne i dubbi, le ansie, le aspettative, le ambizioni, tracciarne, in un certo senso, la storia, e utilizza la pellicola come fosse una pagina bianca da riempire di scrittura, di frasi ora poetiche ora di prosa, aggiungendo il concetto all’immagine. Tre capitoli che spaziano dal reportage sociale a quello politico, tre viaggi per immagini che si sviluppano con il piglio del romanzo sociale, ora di taglio verista come Zola o Capuana, ora metaforico come Swift o Sterne: da queste “pagine su pellicola”, emergono di volta in volta l’individuo e la sua anima, il paesaggio urbano, l’umanità emarginata dell’Arco di san Pierino a Firenze., il disorientamento del popolo italiano. Si tratta di un racconto non facile, a tratti persino doloroso, e tuttavia utile e necessario per riflettere sulla direzione che la società ha presa nell’ultimo decennio.

Si è scelto d’intitolare STRIKE questa mostra a tratti forse scomoda, sia per il diretto richiamo a uno dei suoi capitoli (in lingua inglese strike significa “sciopero”), sia perché fra i suoi molteplici significati, questo termine anglosassone dall’aspra onomatopeica, ha anche quelli di “colpire”, “sorprendere”, “avviare una conversazione”. Le immagini di Trizzino colpiscono l’osservatore con la loro forza umana e concettuale, lo sorprendono per l’arditezza dell’estetica e il gioco delle prospettive, e infine lo coinvolgono in un dialogo dai toni ora gravi, ora amaramente ironici.

Seravezza è per Trizzino una sorta di chiusura del cerchio, stante la vicinanza della sua poetica fotografica con la narrativa di Enrico Pea, nato proprio qui. Al pari dello scrittore versiliese, anche Trizzino riveste la realtà visibile di nuovi significati e possibilità di lettura, ne scandaglia le sofferenze e gli smarrimenti, senza ergersi a giudice di niente e nessuno, e lasciando invece intuire una profonda comprensione per le debolezze e le contraddizioni dell’essere umano. Un essere umano sempre presente, anche quando sulla scena ci sono soltanto paesaggi e oggetti; comunque sia, restano i misuratori e i testimoni dell’autentico e del vissuto dell’individuo, con i suoi conflitti e le sue problematiche. Non c’è tuttavia vuoto fatalismo in questo approccio narrativo, perché pur in mezzo a sensazioni contrastanti, la ricerca di Trizzino è tesa all’armonia, che da buon siciliano di ascendente greco porta nel sangue; sotteso nelle sue fotografie, quell’auspicio che la vicenda raccontata possa rientrare in una misura equilibrata del vivere, con una sua dignità.

 

Sciopero

Gli ultimi due scioperi organizzati a Firenze dalla FIOM (ottobre 2009, marzo 2010) diventano occasione per una riflessione su un passato politico e sociale che ha avuto un ruolo importante nella recente storia italiana, così come di confronto con un presente diametralmente opposto. L’indifferenza, se non proprio il distacco, caratterizzano il sentire politico dei nostri tempi, e pur senza arrogarsi la facoltà di giudicarne gli effetti, ma seguendo soltanto l’obiettività della macchina fotografica, Trizzino documenta con attenzione, sensibilità e un po’ d’ironia come gli scioperi del Terzo Millennio siano cosa ben diversa da quelli degli anni Sessanta e Settanta, e come l’entusiasmo e la fiducia in certi ideali e strutture siano venuti meno. Il risultato è l’immagine indiretta di un Paese stanco e sfiduciato, ma soprattutto appiattito, disorientato, e tuttavia rammaricato di questa sua deludente condizione. Bandiere e striscioni non sono sufficienti a riempire i vuoti lasciati da un entusiasmo e una convinzione da tempo vacanti. La lettura si sposta dal piano politico per trasferirsi su quello puramente sociale, com’è nelle corde di Trizzino: lo sciopero passa in secondo piano, è un mero pretesto per tastare il polso della società, per indagarne le aspirazioni e le aspettative. Garbatamente emerge il fil rouge con Ansietà, anche qui è evidente un’assenza: di uno scopo, prima di tutto. Con un paragone teatrale, gli scioperanti potrebbero essere apparentati ai Sei personaggi di pirandelliana memoria, alla disperata ricerca di un autore. Ma soprattutto, è assente l’individualità. Questa galleria di volti, su cui si concentra l’autore, denuncia l’involuzione di un corpo sociale che si è fatto massa, ornato di quei simboli tutti uguali, dai capi alla moda agli attributi della contestazione, indossati però con la medesima filosofia, ovvero come fossero segni di autentica distinzione.

Stridente è il contrasto fra i giovani e i vecchi militanti: questi ultimi appaiono come i sopravvissuti di antiche battaglie, portano nello sguardo la nostalgia di entusiasmi ormai passati, mentre i giovani sembrano prendere parte a un copione ormai logoro, a un’inaspettata occasione per saltare una mattinata di scuola.

Un intenso lavoro di documentazione socio-psicologica, condotto indugiando con l’obbiettivo sugli sguardi e le espressioni dei partecipanti, individuando un’originale chiave interpretativa della nostra contemporaneità.

E sullo sfondo, solenne e distante, quasi beffarda, Piazza Santissima Annunziata con la sua bellezza senza tempo, la sua armonia, specchio della società rinascimentale, che quella contemporanea ha invece smarrito da tempo.

 

Ansietà

L’ansia sembra essere la costante della nostra epoca, l’insicurezza domina le nostre esistenze, sia essa economica, affettiva, personale. Pose e scorci inattesi, sorprendenti, che creano inquietanti illusioni, o forse inconsuete realtà, tali appunto da generare una reazione d’insicurezza. Dalle grandi realtà urbane ai centri minori, sedici capitoli che indagano l’arte, l’assenza, la solitudine, l’attesa. Inquadrature insolite, oggetti fuori posto, individui dalle espressioni indecifrabili, in attesa, artisti di strada. Tutto per raccontare situazioni sospese, dove il “prima” e il “dopo” sfumano in un precario “adesso”, gravido d’innumerevoli interrogativi. Una fotografia concettuale d’indagine sociale, caratterizzata da una particolare grammatica estetica, fatta di contrapposizioni fra luce e ombra, pieno e vuoto, antico e moderno. S’instaura quindi una dialettica interna all’immagine, prima ancora che con l’osservatore, una dialettica dalla quale emerge un’armonia estetica che non trova corrispondenza a livello concettuale; questi 121 scatti, dei quali è qui esposta una selezione, raccontano infatti un universo umano variegato e complesso, immerso in una quotidianità troppo spesso sofferta, quasi sempre potenzialmente conflittuale.

In particolare è con il volume Ansietà che la narrativa di Trizzino si avvicina a quella di Enrico Pea; la realtà che si presenta sotto i nostri occhi - ansiogena, problematica, nervosa -, assume una forza e un significato inconsueti, dai quali affiora l’essenza nascosta di corpi, oggetti, prospettive, posizioni, luci e ombre, che combinati insieme, e fissati dall’obiettivo, si fanno metafora di incomprensioni, solitudini, distanze, silenzi. Una distanza, un’ombra, o un qualsiasi oggetto non sono semplicemente ciò che sembrano, ma si ergono a strumenti di conoscenza, mezzi indiretti per misurare l’anima assente. Si potrebbe dire che Trizzino lavora anche per sensazioni, “per impronte”, che sono la traccia labile di azioni, pensieri, sensazioni, paure. Alla stregua di Pea, individua l’eterno del tempo, con la differenza che qui non affiora la sostanza viva: la scura quinta di questo viaggio per immagini e metafore, è proprio l’assenza dell’anima, assenza che l’autore sottolinea già nel titolo del volume, essendo l’ansia, e la malinconia che ne deriva, un lento consumarsi fino all’annullamento.

Interviene quindi una ridefinizione del significato del visibile, in considerazione di una realtà che si fa scrigno e scenario di malinconia. Trizzino ferma sulla pellicola una realtà indocile e inquieta, che esprime però una sua tragica bellezza: immagini da guardare e riguardare, come un’ideale Wunderkammer del pensiero, perché, anche se tragica, la bellezza salverà il mondo, istillando nell’individuo una rinnovata sensibilità con la quale adeguare ogni atteggiamento verso se stesso e gli altri.

 

Luogo di luoghi comuni

Incontrando e raccontando l’umanità che gravitava sotto l’Arco di San Pier Maggiore, Lucio Trizzino compie un viaggio in una zona cittadina che fino a pochi anni fa era considerata paradossalmente ai margini nonostante si trovi in pieno centro storico. La ragione: essere frequentata da persone “non convenzionali”, rese paria della società da una vita molto difficile.

Il titolo adotta un gioco di parole per raccontare una comunità eterogenea, troppo spesso giudicata soltanto sulla base delle apparenze, senza conoscere le storie complesse che vi si celano dentro. San Pierino, com’è affettuosamente chiamato dai fiorentini quel dedalo di vie, diventa un luogo simbolo per capire l’assurdità e la falsità di un certo modo di giudicare gli altri. Ognuna delle fotografie è accompagnata da un pensiero, una breve frase scritta dai medesimi soggetti ritratti, che aprono la loro anima all’osservatore, con discrezione e una certa timidezza, ma anche con sincerità. Il muro dei luoghi comuni cade come un castello di carte, perché appena al di là delle certezze, si scopre un universo umano composito, fatto di sofferenza e autodistruzione. Giovani, adulti, uomini, donne, italiani, stranieri, artisti, sognatori, sprovveduti, sbandati, insofferenti: una comunità eterogenea, legata soltanto dalla strada, dal desiderio di oblio cercato nell’alcol o in altre droghe. Un’estrema via di fuga da un’esistenza che si è ormai fatta intollerabile.

Il lavoro di Trizzino in quest’occasione va oltre la fotografia d’artista, assume un carattere narrativo apparentabile al romanzo sociale di stampo naturalista di Zola o Verga, e conduce, con rara sensibilità, un’indagine antropologica su esistenze che avrebbero potuto dare ben altro alla società, se non fossero state fermate dalle brutali circostanze della vita. A queste donne e a questi uomini, l’autore consente di avere finalmente una voce: permette loro di associare un pensiero a ognuna delle fotografie che li riguardano singolarmente: così scaturiscono riflessioni, constatazioni, domande e risposte, dalla sorprendente sensibilità poetica e filosofica. Come a dire che quell’umanità è molto più di una zona grigia in preda alla tossicodipendenza e al degrado. La fotografia intima e tragica di Trizzino, supera il concetto di “scrittura della luce” per farsi “scrittura dell’anima”, lasciando parlare quei volti, quelle espressioni, quegli sguardi, che appartengono a individui qui restituiti alla loro dignità umana. Se c’è un merito che questo reportage può vantare, è quello di scuotere le coscienze, di far capire come l’essere umano mantenga sempre la propria dignità e la propria ricchezza spirituale, e le difficoltà che la vita riserva non possono costituire uno stigma sociale.

Oggi la zona attorno a San Pier Maggiore è stata ristrutturata, cambiando profondamente il contesto sociale che vi faceva corona, e queste fotografie assumono, quindi, anche un valore di documentazione storica.

 

Niccolò Lucarelli

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